webmaster +39 347 4160 401

la_spezia@masci.it

Ambulatorio di strada

Ambulatorio di strada
Ambulatorio di strada
MASCI La Spezia

LA SPEZIA, UN CAMPER E LA GENTE CHE NON SI RASSEGNA

Non permetteremmo che accadesse al nostro cane. Ma ci rassegniamo che accada alle persone. Ci sono donne e uomini che dormono in un parcheggio e di notte sono morsi dai topi. Ragazzi rintanati sottoterra, nelle grotte di cemento e buio sotto un viadotto. Gente che passa giorni, mesi, anni da sola in un camper fermo in un parcheggio, stipato di vestiti e ricordi.

Accade accanto a noi, nella nostra Liguria. Ma per fortuna c’è chi non si rassegna. E la sera parte per andare da queste donne, questi uomini per dire loro che non sono stati dimenticati.

Sono le otto di sera quando ci ritroviamo in via Giosuè Carducci, nel parcheggio della Pubblica Assistenza della Spezia. Intorno si fa buio, si accendono le luci delle finestre dietro alle quali vedi gente che si raccoglie intorno alla tavola, parla. È il momento più difficile per chi vive in strada – alla Spezia sono almeno cento persone – perché si fa più netto e crudele il confine tra chi ha una casa e chi invece non ha nemmeno un riparo per la notte. Proprio a quest’ora anche stasera partirà il camper dell’Ambulatorio di Strada. Si chiama “Se non puoi ti vengo a cercare”, è un’iniziativa che mette insieme la città: decine di associazioni di ispirazione diversa, sindacati, gruppi religiosi, organizzazioni professionali. C’è anche il Comune e la Fondazione Carispe (l’elenco completo dei partecipanti lo trovate nella foto). Eccolo il camper: una volta, chissà, portava una famiglia in vacanza. Adesso è stato comprato spendendo 20mila euro e trasformato in un ambulatorio in perfetta regola con il sanificatore a ozono, il frigorifero per le medicine e i vaccini, il defibrillatore e il lettino. A guidarlo è gente comune, come voi che leggete, come me: ci sono avvocati, medici in pensione, volontari. La mattina sono in tribunale, in ospedale; la sera li trovi sul camper. Come Andrea Frau che si occupa di diritto del lavoro e ha guidato fino a pochi mesi fa la Pubblica Assistenza e adesso è al volante. Come Eloisia Guerrizio, presidente del Buon Mercato (che raccoglie il cibo non utilizzato e lo distribuisce a chi ne ha bisogno), e Sabrina Tommasi che fa l’infermiera. E poi Maurizio Antonini che si divide tra la Pubblica Assistenza e l’associazione Buon Mercato.

È diversa La Spezia vista dal finestrino del camper, come se fossimo partiti per un viaggio in una città più scura e livida, dove ci si perde tra strade e incroci che parevano famigliari, e le insegne invece di illuminare le vie segnano ombre più profonde. “Il nostro scopo – spiega Francesco Tani, urologo – è portare l’assistenza sanitaria a chi non ce l’ha. Ma anche rimettere in contatto con la sanità pubblica pubblica chi è solo… perché queste persone hanno diritto a molti servizi ma non lo sanno. O non riescono a farlo”. Così si visitano decine di persone, si prescrivono medicine (anche grazie ai farmacisti spezzini), si effettuano esami essenziali per curare le malattie. Ma la speranza è di ottenere risorse per compiere anche analisi più accurate per migliorare le terapie, di mettere su un ambulatorio dentistico. Progetti che cercheremo in ogni sede di sostenere con la nostra Lista.

Eccoci nel grande parcheggio di un supermercato. A quest’ora, come se fosse cambiata la marea, la corrente di persone in un attimo sparisce. C’è silenzio. Ma sotto un grande albero i volontari sanno di poter trovare un uomo e una donna. Vivono per strada da anni, decenni, forse. Stanno insieme, chissà se a unirli sia amore o solitudine e disperazione. Il bisogno, forse, di non essere da soli di notte quando chiudi gli occhi e invece del conforto arriva la paura. Alla fine spuntano dal buio. Parlano, sorridono addirittura. Lui racconta: “Ho un problema, ieri mentre dormivo sono stato assalito dai topi, mi hanno morso”, quegli orrendi sorci grandi come gatti che corrono per il parcheggio. L’uomo mostra il segno sulla gamba. Francesco lo invita a salire sul camper, gli fa un’iniezione di antibiotici, lo visita. Lo ascolta, perché le parole sono la medicina più preziosa a volte.

E si riparte. Siamo negli stessi posti dove passiamo centinaia di volte, ma paiono così diversi. Come questa rotonda dove sfrecciano le auto, Audi da 50mila euro. Non ci siamo mai accorti che sotto le nostre ruote c’è un altro mondo abitato da un gruppo di ragazzi, forse rom. Sono quattro o cinque. Viene da chiedersi che cosa li abbia spinti a rintanarsi là sotto, dove non arriva nemmeno la luce e di notte ogni rumore fa paura. Forse proprio il terrore degli uomini, di qualcuno che venisse a cercarli per picchiarli, per cacciarli via. Trovarli non è facile, i volontari aspettano, compiono i gesti tacitamente convenuti per farsi riconoscere. Alla fine un ragazzo spunta, butta lì qualche parola quasi incomprensibile nel linguaggio che si parla nel mondo di buio e silenzio. Impossibile non pensarlo: sono uomini anche loro. Devono pure avere pensieri, magari perfino sogni. E invece se ne stanno là sotto, difficile dire a fare cosa: respirare, mangiare, dormire in qualche modo. Vivere, soltanto vivere. Sembra che non chiedano altro.

Impossibile non domandarselo: se fossimo noi, se fossero i nostri figli, a vivere là sotto, a dormire ai margini del torrente sotterraneo che alla prima pioggia rischia di travolgere tutto? Perché loro sono qui e noi nei nostri letti con le lenzuola appena cambiate, con la nostra famiglia che ci vive accanto?

Ma non è il momento per farsi domande, quelle non gli servono a niente. Ora bisogna semplicemente aiutarli. Come fa Eloisa, che porge loro un paio di scarpe, qualche maglione, una coperta. Francesco chiede se sono vaccinati, perché il Covid arriva anche in fondo al tunnel dove vivono questi ragazzi. Chissà come si chiamano, chissà da quanto tempo nessuno li chiama per nome. Devono pur avere avuto una madre, qualcuno che li pensa ancora, ma ora sembrano soltanto ombre; prendono il sacchetto, ringraziano con un gesto e un sorriso che è appena un riflesso chiaro nella luce dei lampioni e di nuovo scompaiono là sotto.

Eppure La Spezia non si è del tutto dimenticata di loro. C’è l’ambulatorio mobile, ci sono i ragazzi delle pubbliche assistenze che tre sere la settimana portano cibo. Ci sono i salesiani che la mattina offrono docce e colazione, i francescani che aprono le porte per il pranzo. Si vede anche qui l’anima di una città, anche in un mondo che sembra essersi dimenticato di chi non ce la fa.

Come questa donna, come quest’uomo che da anni vivono in un parcheggio non lontano dal porto. “Quelli del camper”, li chiamano i volontari, perché la loro casa è un camper parcheggiato in mezzo a quelli degli spezzini che vanno in vacanza. Ma loro due non partono mai. Se ne stanno soli, ognuno nel proprio camper, a volte escono e si fanno visita uno con l’altro. Il resto è solitudine. Cosa fai tutto il giorno? “Quando posso lavoro, faccio qualunque cosa, cerco di mettere da parte un po’ di soldi”, ti racconta l’uomo. Ma non sa dire nemmeno lui per cosa gli serva quel poco denaro, non per tornare alla casa in Bosnia che non ha più. Non per immaginare un futuro diverso, perché ha smesso di usare un tempo che non sia il presente. Ti affacci alla soglia del suo rifugio e lo trovi pulito, dignitoso (come i suoi vestiti ostinatamente lavati), ma pieno di fumo: “Fumo due o tre pacchetti al giorno. Ho i polmoni neri di catrame, non riesco neanche più a dormire. Appena spengo la luce mi sento il cuore battere all’impazzata”. Ma perché non provi a smettere? “Prova a metterti nei miei panni: le mattine da solo, mangiare da solo, dormire da solo. Lasciami almeno il fumo”. Difficile dirgli di no.

Stasera almeno ha potuto parlare. Qualcuno gli ha ascoltato quel cuore che batte veloce, gli ha prescritto due medicine per dormire e smettere con quella tosse che gli squassa il torace. “Ho combattuto in Bosnia, poi sono dovuto scappare”, racconta l’uomo. Quando sei nato? “Nel 1968”. Come me. Sì, potrei essere io.

È quasi mezzanotte quando il camper ritorna nel parcheggio. Ci si saluta. Ci si stringe nelle giacche per il freddo o forse per quel disagio che ti si attacca addosso come l’umidità perché adesso torni a casa e loro no. Perché tra un’ora ti chiuderai fuori dalla porta il mondo dove vivono queste donne e questi uomini.

Alla Spezia, però, adesso sai che c’è un camper che di sera gira per le strade. Aiuta quelle persone che dormono morse dai topi, che vivono nei cunicoli dei viadotti o dimenticate in un parcheggio. Aiuta anche noi, a ricordarci chi siamo.

(Articolo di Ferruccio Sansa) ottobre 2021

 

Tag

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn

Ultimi articoli

Progetto Abitare la casa
1 Ottobre 2022
Accogliere in alloggi persone in condizione di fragilità o a rischio...
Giornata dello Scautismo Adulto - Tempo del Creato 2022
23 Settembre 2022
Santa Messa Laudato Si Tutti insieme possiamo incominciare  a compiere piccoli...
Sabato 1 ottobre torna la Raccolta alimentare per l’Emporio della Solidarietà
22 Settembre 2022
Sabato 1 ottobre torna la raccolta alimentare a favore dell’Emporio della...
Ambulatorio di strada
31 Ottobre 2021
LA SPEZIA, UN CAMPER E LA GENTE CHE NON SI RASSEGNA...

Seguici

Resta aggiornato

Logo-masci-comunita-web